Gran Central Station

In uno stato pseudo ipnotico vago per le vie puzzolenti di New York. Rigoli di spazzatura scivolano sull’asfalto pieno di macchie d’olio. Passo la 34th, poi la 35th e così via finche mi trovo davanti a Sbarro. Entro e ordino polpette. Polpette sugose ricche di calorie, da farti venire l’acquolina in bocca a pensarci. Dopo le polpette una torta allo yogurt con una ciliegia candita. Dopo il pasto le vie mi sembrano più chiare, più nitide. Apprezzo meglio l’architettura che mi si offre alla vista. Le guglie del Crysler Building sembrano antichi falchi dal becco sporco di sangue e di nuvole al tramonto. La Gran Central Station sembra l’entrata per l’inferno. Entro nella bocca dell’inferno e mi fermo davanti a un negozio di souvenir. Un giovane cinese sta sfogliando accuratamente un libro voluminoso che tratta di metropolitane e di treni di NYC. Sfoglia per intero il libro e poi ricomincia daccapo. Un poliziotto gli da scossoni, il cinese sembra non capire, non riesce neppure a visualizzare la presenza del poliziotto. Si volta come se fosse stato infastidito da una mosca e poi riprende a sfogliare il suo libro. Il poliziotto ormai non sa più che pesci pigliare. Chiama i rinforzi dalla radio che tiene appesa alla spalla. I rinforzi arrivano, anche di corsa per giunta. Ma la situazione non cambia. Il cinese continua a sfogliare il suo libro, credo che lo farà per sempre. Potrei tornare tra dieci o vent’anni e troverei la medesima scena, i personaggi saranno invecchiati e nuoteranno ancora nella paranoia chiamata vita. Lascio la scena del cino alla vetrina ed esco dalla Gran Central Station, in direzione della 5 avenue. L’incessante traffico si ferma soltanto quando scatta il rosso. Una fiumana di gente taglia la avenue come coltelli affilati, incrociandosi miracolosamente gli uni agli altri. Hanno imparato da piccoli a destreggiarsi nel traffico, riescono ad evitare gli altri passanti anche sfogliando un giornale o sorseggiando un caffè bollente. Io svolto a destra alla 5 avenue e le street mi sfilano davanti come in sogno. 45, 48, 53, 55. Finalmente giungo all’ingresso di Central Park dove aleggia una discreta aroma di sterco di cavallo. Le carrozze parcheggiate nei pressi del Plaza Hotel attendono i turisti. I cavalli scorreggiano e sgambettano sommessamente. Entro dentro Central Park e vado a sedermi su una panchina nei pressi del laghetto. E’ un pomeriggio sonnolento come tanti altri. Osservo i piccioni beccare frenetici briciole di pane e l’incessante passerella di carrozzine e bambini neri vestiti con magliette blu. Alzo lo sguardo e colgo la scritta Essex House su uno dei grattacieli che si affacciano a Central Park. Un brivido di sonno mi pervade, sbadiglio e scivolo lentamente nel regno di Morfeo.

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Dopo questo, il vuoto

Vago come un forsennato tra le pieghe ancestrali della mia mente. Mi fisso allo specchio: nessun riflesso. Un altoparlante annuncia l’avvento di un nuovo corso delle cose. La Terra per un attimo ha cessato di ruotare, le stagioni sono impazzite, il tempo si è fermato. Immaginate la fermata del tempo, come essere in una stanza buia senza aria, senza rumori e odori. Una stanza vuota e basta, tutto questo per l’eternità? Che ve ne pare? Vi sembra abbastanza per spingervi a morire? Oppure volete che rincari la dose dicendovi che siete soltanto dei burattini, dei piccoli uomini che frugano nel loro spazio in cerca di cibo.
Nel silenzio del non tempo si percepiscono strani pensieri, simili ad ascessi di follia che colano sul viso. Un rapido movimento degli occhi del soggetto significa che è pronto per il macello. Ormai è fatto, fottuto, morto. Pronto per essere mandato a morire con un fucile in mano, con un’auto ai centottanta o semplicemente sotto un treno in corsa. Il soggetto ora è sdraiato prono, senza la minima espressione negli occhi. Vi basta tutto questo? O volete anche la Luna? Chiedete, avanti, chiedete e vi sarà dato! Bussate alla porta e sarà aperta. Rovistate nella spazzatura, troverete piatti succulenti pronti per essere mangiati. Vi sembra felicità questa? A me pare che la felicità sia simile all’idiozia. La felicità è un’illusione temporanea che le brutture del mondo siano scomparse. Quando il sorriso si smorza, ecco tornare i vecchi demoni saltanti e bestemmianti, le vecchie paranoie fanno capolino e si presentano come amorevoli inbonitori. Ti prendono a braccetto e ti sussurrano parole delicate all’orecchio, cercano di avvolgerti nelle loro reti e poi ti spremono fino all’ultima goccia. Succhiano tutto quello che hai dentro: orgoglio, liquidi corporei, fantasia, amore, riconoscimento, umanità, coraggio. Quando finisci il trattamento sei soltanto uno straccio buttato nella candeggina. Quando ormai ti han spremuto tutto non sei più un uomo, sei soltanto un essere balbettante che cerca di rimediare una puttana senza riuscirci. Quando ritorni al mondo dopo il trattamento sei soltanto più capace di muovere la bocca per non dire un bel nulla, sei soltanto più capace di esibire un sorrisetto idiota, la tua testa si fa leggera come se fosse piena di polistirolo. Te ne stai seduto su una panchina per il resto dei tuoi giorni, e se va bene, qualcuno intenerito ti butta qualche crosta di pane secco, tanto per sentirsi il cuore in pace. Dopo il trattamento sei destinato a due alternative: la morte o la follia. Cosa preferisci?
La morte non la sto a raccontare, è troppo noiosa. La follia è uno spasso, al principio. Da folle puoi fare tutto quello che vuoi, puoi sbavare, gridare, insultare qualcuno senza valutare le conseguenze. Ma poi arrivano le medicine, e con loro l’ottundimento mentale. Non sai più quello che è vero o falso, non sai più distinguere il dolore da un mal di testa. Rimani fottuto, fatto, morto. Arrivi al fondo di un vicolo cieco chiamato pazzia del non ritorno. Due robusti infermieri aprono una porticina e ti tirano dentro. Tu ti chiedi soltanto come abbian fatto, quei due grossi uomini, a passare attraverso quella porticina. Dentro è tutto ovattato e sterile, una fiamma scalda un ferro rovente, iniziano le torture e dopo qualche giorno sei lasciato a te stesso, dentro ad una cameretta buia. Qui la pazzia prende estensioni raccapriccianti, se prima non sentivi le voci ora le sentirai. Ti legheranno al letto e ti daranno palate di farmaci fino a quando il tuo io non sarà sminuzzato in milioni di parti. Ogni parte del tuo io sarà scagliata ai quattro angoli della Terra. Dopo questo, il vuoto.

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Dido galleggia

Dido galleggia nell’aria, inseguendo un linguaggio subconscio e planando negli strati bassi della biosfera, come per fuggire, svanire e andare sulla luna. Dido vuol andar a nascondersi sulla faccia buia della luna, niente luce, soltanto una timida lampadina che emette una potenza sufficiente per leggere la dicitura di un pacchetto di sigarette. Sulle sigarette sono apportate i numerini magici, il grado di asfalto presente nei tuoi polmoni. Dido vuol nascere un’altra volta, forse sotto le sembianze di un pesce, forse una falena che con spirito suicida va a schiantarsi contro un lampione rovente, con un solo mesto sfrigolio e mille pezzi in frantumi nella notte. Dido vuol giocare a dito ditolino, ma non ha l’età. Per ora si nasconde dietro a una masturbazione decisa, dietro a tende ricamate di un morboso rosa chiaro. Dido è perversa, satanica, trama nelle sua testa piani mentali mentre aspira profondamente boccate da una sigaretta che sempre le pende ad un angolo della bocca.
Un bivio verso il sonno mi induce a cambiar direzione, o a cambiar altitudine, come un aereo che si trovi in arie turbolenti. Ora sono ad un bivio, senza quasi accorgermi di quello che sto facendo, sognando ad occhi aperti, ho svoltato al bivio, verso sinistra, in cerca di scrittura creativa, o di un qualunque altro motivo che mi induca a creare qualcosa. Qualcosa che può essere uno stronzo duro che cadendo nel buco della tazza del cesso faccia ciafff oppure una orrenda poesiola in rima, scritta per dilettare bambini scemi nelle rare giornate di pioggia di un quartiere malfamato. Ora la strada oltre al bivio mi si insinua davanti. Neppur penso all’altra strada che avrei potuto prendere, la strada della maturità e della sanità mentale. Ho preferito questa, ho preferito illuminare le mie notti con il portatile che lampeggia e impedisce in qualche modo ai miei occhi di chiudersi. Ho preferito la scrittura, usandola come valvola di sfogo. Se non avessi fatto così probabilmente ora sarei già morto, stecchito in seguito a qualche forma di suicidio premeditato, meditato nelle notti insonni e algebriche dove ognuno di noi si fa piani in testa, costruisce castelli in aria e al mattino si ritrova con la bocca piena di soluzioni di parole crociate. Ho preferito delineare la mia realtà, circonscriverla, come per pisciare il mio territorio e sbirciare con occhio arcigno a quello che sta oltre, oltre alla barricata, dall’altra parte. Ho preferito stare chiuso nel mio mondo ovattato e sentire la musica che amo, nelle eterne notti dove uno pensa di poter deviare il corso delle cose con la sola forza del pensiero. Nelle notti propizie cerco sempre di tenermi vicino il portatile e battere frenetico sui tasti all’impazzata, fino a quando mi fumano le dita e soffio via il fumo, come dopo aver sparato con una pistola. Una nebbia di sonno si insinua nei miei scritti, si intrufola nell’intercapedine dell’ orecchio che separa le cuffiette con cui ascolto musica. Sembra il termine della notte, anche se soltanto l’inizio. Sembra che la primavera sia arrivata ma il vento freddo mi fa fremere le ossa e scricchiolare l’osso del collo.
Mi sembra di essere vissuto in vacanza da sempre, sempre in procinto di chiedere altre ferie, altri permessi, altre settimane di noia da smaltire in bevute moderate e chiacchierate tra amici, seguite da una evacuazione alla tastiera netta, precisa, quasi indolore.

Immagino che la follia pura sia servire sardine in scatola chiusa, al posto dei soliti biscotti e dei soliti cioccolatini, e vedere le facce degli invitati dipingersi di una tinta di compatimento, come se per un’attimo avessero sognato. No, nessun sogno, il vostro afitrione si è bevuto letteralmente il cervello. A questo punto il pazzo accetta la sua condizione e si lascia avvolgere di strati di seta, e in una notte senza stelle fa la dormita più sensazionale della sua vita. E il giorno dopo, il manicomio.

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bavosi in chat

Notti sudate dentro a chat equivoche, cercando di captare qualche brandello di intelligenza dentro le menti di semplici nessuno. Semplici nessuno che sfoggiano nick appariscenti – almeno secondo loro – altisonanti, un modo come un altro per farsi riconoscere, uscire dalla massa cacciando un urlo. Uscire dal branco e al contempo stare uniti in una stanza, in cui si nascondono vecchi e giovani bavosi maniaci sessuali pronti a tutto, pronti ad assumere qualsiasi sembianza, pronti a raccontarti tutto quello che li passa per la testa. Psicotici all’ombra di una chat che assumono posture oscene dietro ai loro schermi incrostati di sperma e chissà che altro, dietro alle loro tastiere in cui sono state digitate ogni sorta di balle. Vecchi bavosi pronti a torturare psicologicamente una presunta sedicenne, tanto per spremerle qualche informazione sulla sua vita. Pronti a tutto, con il coso gonfio inpugnato come un joey stik, con gli occhi arrossati e barba da fare da settimane, un archivio fornito di foto porno e la gola secca per le prolungate soste davanti al pc senza cibo e senza acqua. Vecchi bavosi rinchiusi nella frenesia di costruirsi una realtà diversa da quella solita, in cui sono padroni del mondo, in cui sono aitanti giovani con il viso rasato, in cui sono giovani rampolli con una carriera brillante innanzi.
Ansimando e smaniando, i bavosi se ne stanno seduti davanti alle loro trappole, sudando e schiarendosi la gola. Davanti ai loro occhi passa un mondo fittizio fatto di milioni di pulsazioni al secondo, fatto di bit sopra bit che si accavallano uno sull’altro come capre oscene, immagini su immagini, schermate su schermate.
Scorrono la lista delle persone – presunte – presenti in chat e sperano di trovare quella buona, il nick che li procurerà l’orgasmo. Domandano, insinuano le loro domande in presunti interessamenti per la vita di chi sta dall’altra parte del web. Chiedono una descrizione dettagliata della vittima, si fanno descrivere le esperienze sessuali, il partner ideale di chi sta dall’altra parte e poi cominciano la loro esibizione. Descrivono una situazione ideale, un posto perfetto in cui i bavosi e le loro vittime dovrebbero stare. Lentamente fanno spogliare la vittima, le fanno togliere i vestiti. Prediligono l’estate perchè in quella stagione le vittime solitamente accettano di spogliarsi completamente. Iniziano a proporre posture, te lo metto qui, tu lo afferri là, e solitamente vengono troppo presto, snervati dall’attesa. Alla fine della notte, spossati, con milioni di elefanti che ballano sulle loro teste, trovano a tentoni il letto e muoiono al mondo, sia reale che virtuale.

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